Ti è mai capitato di sentirti bloccato/a davanti a un problema e poi, all’improvviso, veder comparire la soluzione dal nulla?
È quello che gli scienziati chiamano insight, il celebre momento “Aha!”.
Ma come possiamo stimolare intenzionalmente questi lampi di genio?
Un recente studio pubblicato su Frontiers in Education ha esplorato cosa accade nel nostro cervello durante diverse modalità di risoluzione dei problemi, mettendo a confronto il semplice rimuginare da soli, il coaching direttivo (basato su consigli) e il coaching non-direttivo.
Non tutti i tipi di coaching sono uguali
La ricerca ha evidenziato una differenza fondamentale tra due approcci:
- coaching direttivo (DC): il coach offre suggerimenti, consigli e soluzioni basate sulla propria esperienza;
- coaching non-direttivo (NDC): il coach non trasferisce conoscenze o giudizi, ma utilizza l’ascolto, restituisce al cliente quello che ha ascoltato e pone domande mirate per stimolare la riflessione autonoma.
I risultati: vince l’autonomia
I dati raccolti tramite elettroencefalogramma (EEG) su un campione di manager hanno parlato chiaro: il coaching non-direttivo produce un numero significativamente maggiore di insight e una percezione di creatività molto più elevata rispetto agli altri metodi.
Ma la vera scoperta riguarda dove e come si attiva il cervello:
- l’emisfero destro è il protagonista: durante le sessioni non-direttive, si è registrata una forte attivazione nelle regioni temporali e parietali destre, aree associate alla creatività e alla risoluzione di problemi in modo divergente;
- le onde della creatività: I ricercatori hanno osservato un aumento delle frequenze Alpha (legate al focus interno), Theta (associate ai processi metacognitivi) e Gamma (il segnale neurale del momento esatto dell’intuizione).
Perché funziona? Il Modello GROW
Per la ricerca è stato seguito il modello GROW, un framework di coaching strutturato, ideato da Sir John Whitmore negli anni ’80 del secolo scorso, utilizzato per definire obiettivi, aumentare la consapevolezza e creare piani d’azione efficaci.
- G (Goal): Definire l’obiettivo desiderato;
- R (Reality): Esplorare la situazione attuale;
- O (Options): Generare nuove possibilità;
- W (Will): Definire le azioni concrete da compiere.
Questa struttura, unita alle competenze del Coach e agli strumenti a sua disposizione (come ad es. le domande efficaci e la restituzione di ciò che viene detto), permette al cliente di “sbloccarsi” e generare nuova conoscenza in modo creativo.
Conclusione
Lo studio dimostra che, quando un Coach evita di dare soluzioni pronte e si limita a facilitare il processo di riflessione, il cervello del cliente si attiva in modo specifico per creare nuove connessioni. In breve: per essere davvero creativi, non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica cosa fare, ma di qualcuno che ci aiuti a guardare dentro noi stessi con occhi nuovi.