Skip to main content

Verso una città per tutte e tutti

La città non è solo un insieme di strade, piazze e palazzi: è il palcoscenico dove negoziamo costantemente chi siamo. 

Le relazioni sociali in cui siamo immersi plasmano, modificano, creano ogni giorno la nostra identità.

Per molti di noi, abitare uno spazio è un diritto acquisito. 

Tuttavia, per le persone neurodivergenti, la città può trasformarsi in un campo di battaglia sensoriale e sociale

L’eccesso di stimoli esterni può causare in taluni casi un crollo improvviso con reazioni psicofisiche intense, talvolta violente, risolvibili solo grazie all’intervento dei familiari e dei caregiver, gli unici in grado di entrare in risonanza con le vibrazioni e gli stati d’animo delle persone che hanno accanto. 

L’esperienza relazionale delle persone neurodivergenti è impregnata di distanza, a tratti di disgusto. Di giudizio. Quando la situazione lo rende possibile, il disagio è dissimulato. Quando nemmeno questa strategia di sopravvivenza sociale è possibile, in assenza di stimoli rispettosi, le persone neurodivergenti finiscono, pur in tempi e modi diversi, per isolarsi e per chiudersi.

Se è dunque nelle relazioni che risiedono i limiti e le opportunità di crescita per ciascuno di noi, la trasformazione sociale che serve a far sì che anche le persone neurodivergenti possano avere una vita felice e dignitosa richiama la necessità di pionieristiche progettualità urbane aperte alla diversità e alla sua accettazione.

È questa la consapevolezza che ha guidato Alberto Vanolo nella stesura del suo volume La città autistica (Einaudi, 2024).

Partendo dalla personale e unica relazione con il figlio Teo, propone una tesi tanto provocatoria quanto necessaria: l’autismo non è solo una condizione neurologica racchiusa nel corpo, ma è anche una vera e propria esperienza, identità e condizione urbana (p. XVI) che richiama la necessità di pensare ad una città autistica, che scaturisca da logiche ed esperienze dello spazio alternative a quelle dominanti.

Sfidare la “fenomenologia dell’assenza”

Troppo spesso la società misura la neurodivergenza calcolando la distanza tra ciò che una persona “dovrebbe saper fare” e ciò che effettivamente fa, esercitando un potere che crea quella che Vanolo definisce una fenomenologia dell’assenza(p. 18). 

L’autismo è fortemente condizionato da “una dimensione politica e normativa che plasma il modo in cui si intende l’idea stessa di mente “normale” e “sana”. Rappresentazioni mediche, diagnosi e trattamenti non prendono forma in maniera indipendente dalla società, dalle pratiche culturali o dalle ideologie dominanti (p. XI-XII).

Nell’esprimere queste consapevolezze, Vanolo non intende affatto negare la dimensione medica, occultare sofferenze, dolore, difficoltà e limiti, bensì porre un’evidenza: la persona autistica gioca semplicemente “un’altra partita” (p. 18).

Invece di accanirsi nel tentativo di “normalizzare” o riabilitare le persone neurodivergenti, Vanolo suggerisce un cambio di paradigma radicale: mettere in discussione la categoria stessa di “normalità” e trasformare lo spazio urbano in un immenso contenitore di occasioni di apprendimento (p. 66).

I principi della città autistica

Una città che accoglie la neurodiversità non è un’utopia, ma un progetto politico basato su quattro principi generali (cap. 5):

  1. rispetto sensoriale: progettare spazi pubblici che limitino il sovraccarico di stimoli visivi, acustici e olfattivi;
  2. accessibilità: garantire che servizi ed esperienze siano realmente fruibili da chiunque;
  3. apertura: promuovere un’attitudine positiva verso la neurodiversità, la stranezza o l’eccentricità e i percorsi di vita non lineari, a prescindere dalle diagnosi e dalle etichette attribuite alle persone o dai percorsi individuali di identificazione e soggettivazione;
  4. immaginazione creativa: sperimentare modi alternativi di intendere la realtà urbana, rompendo la linearità del pensiero neurotipico.

Una cura per tutti

Lo “sguardo autistico” ha molto da insegnare a chiunque progetti o viva la città (p. 99). Coinvolgere attivamente i soggetti neurodivergenti nella progettazione urbana, ponendosi in apertura e ascolto dei loro bisogni e desideri, non è solo un atto di inclusione, ma un modo per generare “nuovi assemblaggi” di vita e di cura (p. 90).

In ultima analisi, una città che sa accogliere la neurodivergenza finisce per diventare un paesaggio terapeutico utile a chiunque, trasformando l’urbanistica in una forma di solidarietà collettiva (p. 90-92).